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Scrittore e Critico d'arte Nic Giaramita
Translation in English
Vedendo ed analizzando le opere del pittore Jò Badamo una domanda spontaneamente fa capolino nella nostra mente: cosa avrebbe riportato su tela il pittore se fosse nato a Milano o in una zona alpina o in altra magari di tipo turistico,quale Rimini,o in una città di servizi come Roma ? Ma egli è nato in un solare paese del sud,"Castellammare del Golfo " dove ancora è possibile inebriarsi del profumo del buon " pane di casa " lontano da quelle nauseanti rosette, dal sapore di cera, tutte apparenze e niente sostanza, anemiche e vilmente asettiche,ed è proprio qui che dobbiamo stimare il pittore, non altrove . Ed è proprio questo " pane di casa ",nero è forte,che impressiona il nostro autore,quale simbolo di una cultura ,facendogli ripercorrere,con memoria visiva ,il recupero di un'epoca,relativamente recente,dove la civiltà contadina rappresentava il Quirinale della società di un tempo,dove l 'uomo iniziava a lavorare da bambino imparando un mestiere o" rifugiandosi " in quel grande teatro che era la campagna. E proprio qui,in questi mestieri artigianali e nel lavoro dei campi,si rifugia il pittore. Per lui il " trascriverli " su tela è inteso come dovere sacro da tramandare alle venenti generazioni quale cultura, quale Dna fisiologico e antologico. Ma c'è di più: in lui palpita l'antico orgoglio siciliano con la dignità di quest'antico popolo, orgoglioso della propria povertà di cui è parte integrante quale attore e spettatore. Jò non disegna, ed anzi pare farla sua, quella storia epocale dove pulsa un pezzo della sua anima: i ricordi del padre, dei nonni di quelle generazioni che ebbero il privilegio di non veder profanati il sole e la luna, e la terra ,la nostra madre terra e, pur stanchi dopo una giornata di lavoro,poter desinare con tutta la famiglia attorno ad un grezzo tavolo , che oggi eufemisticamente si chiama in " arte povera ",al lume di candela mentre la legna crepitava sul fuoco e mentre da lontano e all'imbrunire fino a notte inoltrata, arrivavano echi di chitarra e mandolino suonati da qualche giovane che faceva la serenata alla sua bella. Ancora gli equilibri naturali erano leggi inviolate e il binomio uomo \ natura viveva la sua apologia. Proprio da questo rimpianto nasce la malinconia dell'artista tradotta egregiamente dal monocromatismo e, si badi bene, non, malinconia in quanto il pittore crede ancora nella vita e crede nella possibilità di riscatto. C'è un tale trasporto nel suo figurare uomini e cose e tale da farci apparire ogni cosa come se vivesse in un mondo di favole coperto,per innato pudore, da un velo di foschia, di " umidità "ed infatti mai la natura si presenta nel suo naturale splendore;è come se uomini e cose si animassero in triste palcoscenico attraverso una fusione perfetta e con forze sinergiche spinti verso il passato anziché il futuro. In Jò Badamo l'uomo non si ribella alla sua condizione, ma. l'accetta con umana rassegnazione, sapendo che la Divina Provvidenza, di manzoniana memoria, benevolmente vigila. Tutto " è ", e, quasi come un diktat predisposto, l'autore " coglie " immagini sepolte facendole tornare a nuova vita in un'antologia di beni perduti. Reperti storici dove il monocromatico si fonde perfettamente con il monografico non dissimilmente dalla pittrice Artemisia Gentileschi che indirizzò il suo modo monografico verso la dissacrazione del maschio; due artisti distaccati fra loro per tema eppure vicini : l'obbiettivo fotografico, attraverso una esposizione breve ,impressiona sulla pellicola più che la dinamica dell'immagine la fissazione del pensiero parzializzando un aspetto della vita.In Jò Badamo non v'è cedimento verso l'aria del superfluo, Nell'immagine è " cruda "come attraverso la proiezione di un caleidoscopio tutto ci appare di un realismo poetico, un susseguirsi d'icone come a voler rappresentare la sacralità di un atto, di un gesto, di una scena e ti pare di " sentire "il profumo di quel mondo agreste che ancora " vive " nella mente del pittore. In tale prospettiva e in tale disegno la tecnica, pur egregia, poco influisce e il fruitore viene irrimediabilmente attratto da quel calore umano che si respira allorquando la tela ,già portata a termine secondo l'ispirazione del momento, cade sotto la nostra retina ,sotto quel nostro "terzo" occhio che "ascolta" le intime vibrazioni.
Nic Giaramita
Critica del 2° Periodo
L'ARTE DEL CAMBIAMENTO DEL MAESTRO
Pare ci sia una "regola" universale, nata con la nascita del genere umano, che spinge, senza soluzione di continuità, l' uomo verso l' avventura del nuovo se non addirittura del sensazionale.Lo abbiamo visto con la scoperta del fuoco o con le grandi scoperte scientifiche che l' intelligenza cerca di migliorare; lo abbiamo visto seguendo le grandi e piccole invenzioni e lo abbiamo costatato anche attraverso l' arte nella cui galassia intellettiva e spirituale l' artista rincorre continuamente il gusto e l' aspirazione del nuovo, dell' ardito fino a sfiorare un eventuale volo di Icaro pur di superare sé stesso in territori sempre più accidentati o sublimando i nuovi processi e/o i nuovi procedimenti. Così è avvenuto nel campo della musica,così è avvenuto in quello della scultura e della grafica, e pure così è sempre avvenuto in quello della pittura, forse teatro espressivo più complesso, dove basterebbe citare le evoluzioni di un Picasso o di un Dalì o di un Fontana.È una regola universale e le eventuali, sparute eccezioni, non fanno che confermare tale regola.È spirito di avventura? È, oltretutto, morbosa curiosità di sapere cosa c' è oltre lo storico "stretto di Gibilterra"? La mitologia, superba invenzione dell' uomo ce lo confermerebbe.A questa frenetica e superba ordalia cerebrale nemmeno la tirannia del tempo può opporsi in quanto le opere dell' ingegno restano imperituri testimonials di una gran bella avventura. Jò Badamo non sfugge a questa tentazione e, nel breve volgere di pochissimi anni, passa da un monocromatico tendente al naive ad uno scenario sfavillante di luci e colori che potremmo inquadrare negli ultramoderni "effetti speciali", da una fase storica della civiltà contadina d' un tempo ad una storia non storia che, partendo da una poetica di fondo, si spinge fino al "tempio dei misteri" kolosimiano. È come se una mano misteriosa imponesse al pensiero determinare scelte; qui non è più la ragione bensì il subconscio a fare da guida e maestro. La presenza di qualche accenno di figurativo, e di conseguenza di formale, se da un lato ci conferma un'evoluzione informale della forma, da un altro non ci consente di definire l'appartenenza ad una corrente pittorica malgrado un possibile riferimento al Surreale o alla Metafisica. Saremmo invece dall'avviso che nel "nuovo Badamo" si agita, sempre a livello inconscio, un procedimento escatologico mirato al destino ultimo dell'uomo o dello stesso universo. Sembra strano, ma è sicuramente così.Sembra che l' artista ritragga forme di vita larvali in un "tempo nuovo", in un "mondo che sarà"; geogonia in nuove galattiche volute o meno dall' uomo.È storicamente accertato che l' artista, in genere, intuitivamente precorre gli avvenimenti da eterno Cassandra; come si spiegherebbe diversamente, tanto per citare uno fra gli esempi più illustri, la "fantasia" di un Giulio Verne che si dispose a far galleggiare il ferro?......A parte il dottrinale, gli acrilici del Badamo ci sembrano sciabolate di vele o di cartocci variopinti, armonie e visioni che "snebbiano" per galassie o fondali d'abissi marini trascinando scorci di nature morte quali recuperi memoriali, ed ancora alberi e piante e fiori e chiocciole, molto stilizzati, visti attraverso prismi deformanti proiettate nell' immaginario collettivo.Nel suo nuovo, fantastico modulo narrativo c'è difficile capire quanto c' è dell'uomo e quanto dell'artista. Un fatto è certo: le sue opere sono belle a vedersi e sono interessanti perché degne di studio.